Recensione: Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel paese delle meraviglie
-Lewis Carrol

Genere: fantasy, avventura, formazione
Formato: copertina flessibile
Pagine: 140
Casa Editrice: Giunti
Giudizio sintetico

Classificazione: 4 su 5.

Pubblicato per la prima volta nel 1865, “Le avventure di Alice nel paese delle Meraviglie” è un libro che affascina da sempre bambini e adulti, anche grazie al cartone animato, capolavoro realizzato da Walt Disney, e poi al film, diretto da Tim Burton. Sebbene abbia adorato entrambe le trasposizioni cinematografiche, il libro, seppur bellissimo, non è riuscito a emozionarmi come mi aspettavo. Mi spiego: ciò che più di tutto mi dava fastidio durante la lettura era l’ incapacità, da parte di tutti i personaggi che Alice incontrava, di saperla ascoltare, mettendo così in scena delle conversazioni al limite del paradossale. Ma forse è proprio questo l’obiettivo e la forza del romanzo di Carrol!

La trama non ha bisogno di molte parole: in un tranquillo pomeriggio Alice, seduta con la sorella su una panchina sotto un albero, tra sogno e realtà, incontra un trafelato coniglio bianco. Per seguirlo precipita in un buco nero che sembra non avere fondo, fino a quando giunge in una piccola stanza e rimane affascinata dal meraviglioso giardino che vede oltre una minuscola porta. Cominica da qui la bislacca e stavagante avventura di Alice in un mondo strano, fatto di regole altrettanto strane, ricco di paradossi e assurdità: un mondo in cui regine ordinano decapitazioni a destra e a manca, gatti scompaiono e cappellai matti bevono tè a qualsiasi ora.

La storia di Alice nasce durante una gita in barca dello scrittore con il pastore Duckworth e le tre figlie del vicecancelliere dell’Università di Oxford, Liddell . Per intrettenere le tre giovani fanciulle Carrol inventa e racconta la storia di una bambina annoiata in cerca di avventure e la chiama Alice, come la secondogenita delle signorine Liddell. Sebbene questo non sia un classico romanzo di formazione, un certo insegnamento sulla crescita possiamo comunque ricercarlo tra le righe – d’altra parte Carroll stava raccontando questa storia a tre ragazzine dagli 8 ai 13 anni. Alice infatti rappresenta quel momento dell’infanzia (o dell’adolescenza) in cui mal si sopportano le regole e la guida degli “adulti”: finisce allora in un mondo in cui deve imparare a cavarsela da sola, in cui trova regole irrazionali, personaggi a dir poco strani e tiranni pronti a soggiogarla, così è costretta a diventare adulta; emblematica è la partita di croquet durante la quale la protagonista ha l’ardire di contravvenire alle illogiche e bislacche regole imposte dalla regina – tiranno. Alice dunque sta imparando a rapportarsi con l’ambiente esterno, a conoscerne le regole e ad adattarsi in base al suo modo di essere.

Una storia allora dedicata alla costruzione della propria identità, alla contrapposizione tra sogno e realtà, con significati profondi che affondano le proprie radici nella psicanalisi e nella matematica, giochi di parole, rebus e trucchetti che rendono l’opera di Carroll leggibile a più livelli e sempre molto attuale.
Il pensiero di Lewis Carroll è leggibile tra le righe del suo romanzo. Se infatti, la mancanza di qualsiasi logica nelle vicende e nei dialoghi di Alice e i numerosi personaggi possono essere una lunga e grande metafora della crescita e della maturazione che porta ad imparare e ad accettare le regole e la loro utilità, tutta questa “illogicità” può essere interpretata anche come una critica alla società vittoriana a lui contemporanea, satura di rigide regole e convenzioni sociali a volte senza fondamento logico.

Un’altra particolarità del romanzo di Lewis Carroll deriva dal linguaggio utilizzato: il testo è infatti ricco di figure retoriche, modi di dire, proverbi e giochi di parole che però appartengono alla cultura inglese. Di conseguenza tutt’altro che facile è stato per i traduttori rendere in italiano un testo così particolare; molti hanno ammesso nelle note dei libri tali difficoltà e spesso hanno apportato personali adattamenti che, inevitabilmente, hanno fatto sì che la traduzione si discostasse purtroppo dal testo originale.


LEWIS CARROLL (1832-1898), pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, dopo la laurea in matematica fu nominato dapprima bibliotecario, quindi docente di matematica al Christ College di Oxford; accostò sempre alla carriera ufficiale molti altri interessi. Le sue due opere più famose furono, appunto, Alice’s Adventures in Wonderland (1865) e Through the Looking-Glass (1871).

Recensione: Il conte di Montecristo

Il conte di Montecristo

-Alexandre Dumas

Genere: avventura
Formato: copertina flessibile
Pagine: 1258
Casa editrice: Einaudi
Giudizio sintetico:

Classificazione: 4 su 5.

“Il conte di Montecristo” è una storia molto nota, resa celebre dalle meravigliose opere cinematografiche, un romanzo d’avventura ambientato all’inizio del XIX secolo in Italia, Francia e nelle isole del mediterraneo.
Il protagonista è Edmond Dantes, un giovane per quale si prospetta un futuro roseo; infatti sta per sposarsi e sarà presto anche nominato capitano di una nave.
Il suo successo suscita però la gelosia in molti dei suoi compagni e amici e i bei tempi di Dantes finiscono quando viene falsamente accusato di tradimento e arrestato. Nonostante la sua innocenza, trascorre quattordici anni in prigione senza processo per un crimine che non ha mai commesso. In prigione fa amicizia con un sacerdote istruito e saggio che gli insegna numerose lingue e scienze e gli racconta di un enorme tesoro sull’isola di Montecristo. Riuscito a fuggire, dopo la morte del sacerdote, Edmond Dantes realizza i suoi piani di vendetta: grazie alla fortuna trovata sull’isola e vari travestimenti, cerca di vendicarsi di tutti coloro che gli hanno fatto torto e lo hanno privato della sua vita.
Fra avvelenamenti e rapimenti, scambi d’identità e tesori sepolti e ritrovati, Alexandre Dumas cattura i lettori oggi come ieri, e li tiene incollati a un classico della letteratura appassionante.

Il romanzo tratta numerosi temi come la Giustizia, la vendetta, il perdono, la speranza. Non appena arriviamo a conoscere il piano definitivo di Dantes, la storia ci cattura e ci trascina piacevolmente fino alla fine, dove ci aspetta una morale che contiene diversi insegnamenti sui valori della vita.
Il testo, suddiviso in tre libri, ci mostra il susseguirsi dei tragici eventi che porteranno Dantès dalla gioia alla disperazione e, tramite la rinascita, a diventare il “messaggero della Provvidenza”, il conte di Montecristo, uomo affascinante e misterioso, dotato di un’intelligenza fine ed acuta, di una bellezza disarmante e dai modi pacati e delicati. Nessuno nella società nobiliare parigina riconosce nei suoi occhi carichi di ardore e sfrontatezza il giovanotto buono e mite dei vecchi tempi, ma, solo all’attimo della loro dipartita, egli svela la sua identità, cosicché i malcapitati abbandonano il mondo con uno sguardo confuso, balbettando parole senza senso.
Il linguaggio di Dumas è scorrevole e rende la lettura leggera e godibile. Le sue descrizioni consentono al lettore di guardare il paesaggio e di figurarsi la scena nel dettaglio. In questo modo lo spettatore diventa un personaggio della storia, attendendo con trepidazione il susseguirsi degli avvenimenti. 


Alexandre Dumas (1802-1870) è stato romanziere e drammaturgo francese, uno dei più prolifici e popolari scrittori francesi del diciannovesimo secolo. Figlio di Thomas-Alexandre de La Pailleterie, soldato semplice figlio di un marchese, e di una schiava nera, Marie Cessette Dumas, dalla quale eredita il cognome, alcuni anni dopo la morte del padre, il giovane Alexandre fu inviato a Parigi per intraprendere gli studi di legge. Nella capitale riuscì a ottenere, grazie alla sua buona calligrafia, diversi incarichi presso il Duca d’Orléans, il futuro re Luigi Filippo. Ebbe un figlio da una vicina di pianerottolo, anch’egli chiamato Alexandre Dumas, che seguì le orme paterne e divenne scrittore.