Recensione: La biblioteca di Parigi

La biblioteca di Parigi
Janet Skeslien Charles

Genere: romanzo storico
Formato: digitale
Pagine: 400
Casa editrice: Garzanti
Giudizio sintetico:

Classificazione: 4 su 5.

“Amavo Parigi e i suoi misteri. Come le copertine dei libri, alcune di pelle, altre di tessuto, ogni portone parigino dava accesso a un mondo inaspettato. … Nel caso dell’American Library, il massiccio portone di legno si apriva su un giardino segreto. Delimitato da petunie da un lato e dal prato dall’altro, il vialetto di ciottoli bianchi conduceva al palazzo di mattoni e pietra. Varcai la soglia, sotto la bandiera francese e quella americana che svolazzavano fianco a fianco, e appesi la giacca all’attaccapanni traballante. Inspirando l’odore più buono del mondo – un mélange del profumo muscoso di libri vecchi e pagine fruscianti di quotidiani – mi sentii come se fossi arrivata a casa.”

Durante i primi mesi del 1939, per Odile sembra che tutto vada a gonfie vele. Riesce a coronare uno dei suoi sogni, quello di essere indipendente e lavorare come bibliotecaria presso l’American Library di Parigi, un luogo per lei speciale fin da quando era bambina. Inoltre conosce un ragazzo che le sembra assolutamente diverso da tutti quelli che il padre le ha presentato: forte e determinato, ha apprezzato la sua voglia di emanciparsi e non ha avuto paura di prendere posizione a favore del suo gemello, Rémy, e delle proprie convinzioni. Ma tutte le certezze di Odile, tutto ciò che conosce, dalla bellezza di Parigi ai pranzi domenicali, è destinato a cambiare: Rémy decide di arruolarsi e partire per il fronte e quella guerra, che sembrava un’eco lontana, sta arrivando anche a Parigi. Quando i nazisti invadono la capitale francese, instaurano un regime di controllo su tutti i cittadini. L’ accesso alla biblioteca viene vietato agli ebrei, il cibo inizia a scarseggiare, la paura incombe, e l’unica evasione dalla realtà sono i libri: lo staff dell’American Library, così, si prodiga per mantenere funzionante la biblioteca, permettendo ai soldati al fronte e anche alle persone perseguitate di continuare a leggere, tenendo alto il morale per resistere ed andare avanti durante anni duri e difficili da dimenticare, fatti di perdite, tradimenti, miseria, speranze e ansie.

Anche dopo che sono passati tanti anni e Odile si è trasferita dall’altra parte del mondo, nei suoi occhi conserva l’amarezza, il sacrificio della rinuncia, il dolore per non essere riuscita a fare di più e il peso di un segreto. A Froid, in Montana, conduce una vita solitaria e, in una città in cui si sa tutto di tutti, lei rimane un mistero: sanno solo che è francese, ma nessuno conosce la sua storia e nessuno è riuscito ad avvicinarsi a lei. Tranne Lily, una ragazzina incuriosita da questa donna che, con la scusa di una relazione su un libro ambientato in Francia, la avvicina. Si origina così un’amicizia particolare, un rapporto di fiducia, di rispetto, di aiuto; Odile, tramite i suoi consigli, aiuterà Lily a maturare, a capire i suoi sbagli e a essere forte davanti alle intemperie della vita. Lily sarà l’unica persona che avrà il privilegio di conoscere la storia di Odile, l’unica a cui confiderà il suo oscuro segreto: Lily non lo sa, ma le ha salvato la vita.

“La Library è il mio rifugio. Riesco sempre a trovare tra gli scaffali un angolo che posso definire mio, per leggere e sognare. Voglio assicurarmi che tutti abbiano questa possibilità, soprattutto le persone che si sentono diverse e che hanno bisogno di un posto in cui sentirsi a casa.”

La biblioteca di Parigi è un romanzo storico ispirato a fatti realmente accaduti: lavorando come responsabile presso l’American Library di Parigi, l’autrice ha appreso del coraggioso staff che con dedizione tenne aperta la biblioteca durante gli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale, permettendo ai soldati al fronte e anche alle persone perseguitate di continuare a esercitare la loro libertà di leggere, tenendo alto il morale per resistere ed andare avanti. Dopo anni di ricerche, Janet Skeslien Charles ha scritto quest’opera intensa, toccante ed incisiva. Grazie al suo modo di scrivere fluido e limpido ma anche pensato nei particolari, non ci si può non immedesimare in Odile e poi in Lily, le due protagoniste i cui racconti in prima persona sono alternati all’interno del libro.

“Perché i libri? Perché nessun’altra cosa possiede quella facoltà mistica di riuscire a far guardare la gente con gli occhi degli altri. L’American Library è un ponte di libri tra le culture.”

Una storia emozionante e intensa come poche, che è stata capace di superare le mie già alte aspettative. Si tratta di qualcosa di più di un romanzo: è un inno alla lettura, ai libri, all’amicizia, alla forza d’animo, alla luce e alla vita.


Janet Skeslien Charles divide il suo tempo tra il Montana, dove è nata, e Parigi. Ha lavorato come responsabile degli eventi culturali della Biblioteca americana di Parigi.

Dentro ai libri: le pozioni dal mondo di Harry Potter

Nel mondo magico di Harry Potter creato dalla penna di JK Rowling, le pozioni, mescolanze preparate dentro a un calderone con ingredienti dalle proprietà magiche dagli effetti diversi, sono uno degli elementi più affascinanti; alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, c’è anche un corso dedicato a questa materia, la cui cattedra è stata ricoperta per diversi anni dal professor Severus Piton.

Per ideare alcune di queste pozioni, l’autrice si è ispirata a leggende e fenomeni storici, come ad esempio l’alchimia, quel complesso di conoscenze pratiche (metallurgiche, farmaceutiche, ecc.), filosofiche ed esoteriche che, sviluppatosi in Europa nel Medioevo, si proponeva di appagare quelle tensioni presenti da sempre all’interno dell’uomo ricercando la Pietra Filosofale, sostanza capace di “risanare la corruzione della materia” trasformando alcuni metalli (“metalli vili”) in “metalli nobili” (oro e argento) e fornendo l‘Elisir di Lunga Vita, in grado di garantire l’immortalità; l’alchimia può essere considerata la preistoria della chimica e una disciplina vicina alla fisica e la sua fine si colloca al termine del Rinascimento, con il sorgere del metodo sperimentale nelle scienze.

Se un babbano possedesse tutti gli ingredienti e l’attrezzatura per preparare una pozione, non ne sarebbe comunque in grado, poiché il procedimento richiede anche l’uso della magia; noi ci siamo divertiti a ricreare a casa alcune delle pozioni più famose della saga! (Quindi un avvertimento: se siete babbani, non fate quello che abbiamo fatto noi! 😂)

L‘Amortentia (dal latino Amor, ‘Amore’ e
Tentia,’Tenuto’) è il filtro d’amore più potente del mondo (per questo il Ministero della Magia ne ha vietato la produzione).
Provoca una potente infatuazione in chi la beve verso colui che l’ha somministrata, ma non il vero amore, che non si può creare artificialmente.
La sua caratteristica principale è di emanare una fragranza specifica in base a colui che la annusa, secondo gli odori che ama (di solito il soggetto riesce a sentire l’odore della persona che ama).
Appare in Harry Potter e il Principe Mezzosangue, dove ognuno dei protagonisti sente, annusandola, un odore diverso:
Hermione Granger->Erba tagliata, pasta dentifricio e pergamena nuova e i capelli di Ron Weasley
Harry Potter->Torta alla melassa, legno di manico di scopa e profumo di Ginny Weasley 
Ron Weasley->La cucina di Molly Weasley e il profumo di Hermione Granger

La Pozione Soporifera produce un sonno temporaneo. Compare nel libro “Infusi e pozioni magiche”.
In Harry Potter e la Camera dei Segreti Hermione Granger riempie due pasticcini al cioccolato con del Distillato Soporifero, affinché Gregory Goyle e Vincent Tiger li trovino in modo che Harry e Ron riescano a tagliare un po’ dei loro capelli per metterli nella Pozione Polisucco.

Elisir di Lunga Vita
L’alchimia è la disciplina che garantì la fama a Nicolas Flamel (monaco francese del XIV secolo realmente esistito sul quale, dopo la morte, si diffusero diverse leggende sulla sua attività da alchimista a causa di alcuni scritti erroneamente attribuiti a lui).
In Harry Potter e la Pietra Filosofale, Nicolas Flamel è l’unica persona conosciuta ad aver creato con successo la Pietra Filosofale, un oggetto capace di trasformare il metallo in oro e garantire l’immortalità con il suo Elisir di Lunga Vita.
È una pozione prodotta dalla Pietra Filosofale in grado di prolungare la vita della persona che lo beve, senza renderla completamente immortale; bisogna continuare a berlo perché i suoi effetti siano continuativi.

La Felix Felicis (dal latino Felix, ‘felice’ o anche ‘sorte’, e Felicis, ‘del felice’, Felicità del Felice) conosciuta anche come ‘Fortuna Liquida’ è una pozione dorata che rende chi la beve incredibilmente fortunato. Agisce come un catalizzatore di “fortuna”, nel senso che fa capitare a chi la beve occasioni propizie per raggiungere certi obiettivi o lo fa sentire capace di poter fare ogni cosa. Chi la beve avverte immediatamente la sensazione di dover fare al più presto qualcosa. Non è in grado di alterare il corso degli eventi a favore di una singola persona, né può ridurre gli effetti di un incantesimo o sortilegio se tale persona viene colpita. L’effetto della pozione è circoscritta alla quantità che si assume: una piccola dose di una fiala è sufficiente per coprire qualche ora, ma gli effetti cominciano a declinare finché la sensazione di poter compiere qualsiasi cosa scompare. Assumerla in quantità eccessiva diventa pericoloso: può infatti provocare stordimento, irrequietezza, un’eccessiva fiducia in se stessi e la persona si sentirebbe arrogante, superba e spericolata. Essendo anche una pozione considerabile come “strumento di imbroglio”, è stata bandita da compiti, esami scolastici o competizioni come le partite di Quidditch.
Nei libri la incontriamo diverse volte: Harry Potter vinse una piccola fiala di Felix Felicis proprio dal professor Lumacorno, come premio per aver preparato il miglior Distillato della Morte Vivente della classe (benché si guadagnò la pozione ricorrendo ai suggerimenti scritti a margine del libro di Pozioni del Principe Mezzosangue, ossia Piton).
Un po’ di tempo dopo, Harry finse di averne aggiunta un po’ al bicchiere di Ron mentre si trovavano a tavola in Sala Grande, prima di una partita di Quidditch. Ron bevve tutto il suo succo di zucca, sentendosi molto più fiducioso in se stesso. In seguito alla partita, Hermione riprese Harry dicendogli che il suo atteggiamento era stato scorretto ma quest’ultimo, a metà tra il divertito e il sorpreso, le rispose che non aveva versato nessuna goccia di Felicis nel bicchiere di Ron, ma aveva soltanto finto di farlo e Ron si era sentito comunque sicuro di sé. In un secondo momento, come gli aveva chiesto Silente, Harry se ne servì per estrapolare dalla memoria di Lumacorno il ricordo che tanto lo copriva di vergogna, ossia la discussione con Tom Riddle (Lord Voldemort) riguardo agli Horcrux.
L’ultima parte della pozione verrà utilizzata in parti eque da Ron, Hermione e Ginny durante la battaglia contro i Mangiamorte.

Ossofast (ing: Skele-Gro) è una pozione utilizzata dai Guaritori in grado di far ricrescere le ossa in circa otto ore. Di contro può causare forti dolori e fa bruciare bocca e gola quando la si beve.
Dopo l’incontro col Bolide pirata, Gilderoy Allock fa sparire le ossa del braccio di Harry. Madama Pomfrey dà un bicchiere di Ossofast al ragazzo per fargli ricrescere le ossa. Secondo Harry Potter, far ricrescere le ossa dà la sensazione di avere un braccio pieno di grosse schegge.

La Pozione Polisucco serve a dare a una persona l’aspetto fisico di un’altra per un’ora. La preparazione di tale pozione è lunga ed elaborata.
Inizialmente somiglia al fango, ma dopo aver aggiunto il capello della persona della quale si vuole assumere l’aspetto, la pozione cambia radicalmente per rappresentare la persona a cui appartiene il capello.

L’Algabranchia è un’alga in grado di trasformare alcune parti del corpo per rendere possibile il movimento nelle profondità dei mari e dei laghi, in particolare fa crescere le branchie mentre i piedi e le mani diventano palmati.
Compare in Harry Potter e il Calice di fuoco: viene utilizzata dal campione per superare la seconda prova del Torneo Tremaghi; l’Algabranchia viene data ad Harry da Dobby dopo che il falso professor Moody l’ha rubata nell’ufficio di Piton.

Infine, la pozione Veritaserum è il siero della verità più potente al mondo e il suo utilizzo è strettamente controllato dal Ministero della Magia. La pozione è incolore e inodore, simile all’acqua. Costringe a dire la verità o, meglio, impedisce di mentire: tre sole gocce sono sufficienti per costringere chi lo beve a svelare i suoi più intimi segreti. Solitamente non viene usato nei processi, sia perché alcuni grandi maghi potrebbero essere in grado comunque di mentire sia perché il composto magico potrebbe essere scambiato in anticipo da infiltrati nel Ministero.

Recensione: Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel paese delle meraviglie
-Lewis Carrol

Genere: fantasy, avventura, formazione
Formato: copertina flessibile
Pagine: 140
Casa Editrice: Giunti
Giudizio sintetico

Classificazione: 4 su 5.

Pubblicato per la prima volta nel 1865, “Le avventure di Alice nel paese delle Meraviglie” è un libro che affascina da sempre bambini e adulti, anche grazie al cartone animato, capolavoro realizzato da Walt Disney, e poi al film, diretto da Tim Burton. Sebbene abbia adorato entrambe le trasposizioni cinematografiche, il libro, seppur bellissimo, non è riuscito a emozionarmi come mi aspettavo. Mi spiego: ciò che più di tutto mi dava fastidio durante la lettura era l’ incapacità, da parte di tutti i personaggi che Alice incontrava, di saperla ascoltare, mettendo così in scena delle conversazioni al limite del paradossale. Ma forse è proprio questo l’obiettivo e la forza del romanzo di Carrol!

La trama non ha bisogno di molte parole: in un tranquillo pomeriggio Alice, seduta con la sorella su una panchina sotto un albero, tra sogno e realtà, incontra un trafelato coniglio bianco. Per seguirlo precipita in un buco nero che sembra non avere fondo, fino a quando giunge in una piccola stanza e rimane affascinata dal meraviglioso giardino che vede oltre una minuscola porta. Cominica da qui la bislacca e stavagante avventura di Alice in un mondo strano, fatto di regole altrettanto strane, ricco di paradossi e assurdità: un mondo in cui regine ordinano decapitazioni a destra e a manca, gatti scompaiono e cappellai matti bevono tè a qualsiasi ora.

La storia di Alice nasce durante una gita in barca dello scrittore con il pastore Duckworth e le tre figlie del vicecancelliere dell’Università di Oxford, Liddell . Per intrettenere le tre giovani fanciulle Carrol inventa e racconta la storia di una bambina annoiata in cerca di avventure e la chiama Alice, come la secondogenita delle signorine Liddell. Sebbene questo non sia un classico romanzo di formazione, un certo insegnamento sulla crescita possiamo comunque ricercarlo tra le righe – d’altra parte Carroll stava raccontando questa storia a tre ragazzine dagli 8 ai 13 anni. Alice infatti rappresenta quel momento dell’infanzia (o dell’adolescenza) in cui mal si sopportano le regole e la guida degli “adulti”: finisce allora in un mondo in cui deve imparare a cavarsela da sola, in cui trova regole irrazionali, personaggi a dir poco strani e tiranni pronti a soggiogarla, così è costretta a diventare adulta; emblematica è la partita di croquet durante la quale la protagonista ha l’ardire di contravvenire alle illogiche e bislacche regole imposte dalla regina – tiranno. Alice dunque sta imparando a rapportarsi con l’ambiente esterno, a conoscerne le regole e ad adattarsi in base al suo modo di essere.

Una storia allora dedicata alla costruzione della propria identità, alla contrapposizione tra sogno e realtà, con significati profondi che affondano le proprie radici nella psicanalisi e nella matematica, giochi di parole, rebus e trucchetti che rendono l’opera di Carroll leggibile a più livelli e sempre molto attuale.
Il pensiero di Lewis Carroll è leggibile tra le righe del suo romanzo. Se infatti, la mancanza di qualsiasi logica nelle vicende e nei dialoghi di Alice e i numerosi personaggi possono essere una lunga e grande metafora della crescita e della maturazione che porta ad imparare e ad accettare le regole e la loro utilità, tutta questa “illogicità” può essere interpretata anche come una critica alla società vittoriana a lui contemporanea, satura di rigide regole e convenzioni sociali a volte senza fondamento logico.

Un’altra particolarità del romanzo di Lewis Carroll deriva dal linguaggio utilizzato: il testo è infatti ricco di figure retoriche, modi di dire, proverbi e giochi di parole che però appartengono alla cultura inglese. Di conseguenza tutt’altro che facile è stato per i traduttori rendere in italiano un testo così particolare; molti hanno ammesso nelle note dei libri tali difficoltà e spesso hanno apportato personali adattamenti che, inevitabilmente, hanno fatto sì che la traduzione si discostasse purtroppo dal testo originale.


LEWIS CARROLL (1832-1898), pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, dopo la laurea in matematica fu nominato dapprima bibliotecario, quindi docente di matematica al Christ College di Oxford; accostò sempre alla carriera ufficiale molti altri interessi. Le sue due opere più famose furono, appunto, Alice’s Adventures in Wonderland (1865) e Through the Looking-Glass (1871).

Recensione: Il conte di Montecristo

Il conte di Montecristo

-Alexandre Dumas

Genere: avventura
Formato: copertina flessibile
Pagine: 1258
Casa editrice: Einaudi
Giudizio sintetico:

Classificazione: 4 su 5.

“Il conte di Montecristo” è una storia molto nota, resa celebre dalle meravigliose opere cinematografiche, un romanzo d’avventura ambientato all’inizio del XIX secolo in Italia, Francia e nelle isole del mediterraneo.
Il protagonista è Edmond Dantes, un giovane per quale si prospetta un futuro roseo; infatti sta per sposarsi e sarà presto anche nominato capitano di una nave.
Il suo successo suscita però la gelosia in molti dei suoi compagni e amici e i bei tempi di Dantes finiscono quando viene falsamente accusato di tradimento e arrestato. Nonostante la sua innocenza, trascorre quattordici anni in prigione senza processo per un crimine che non ha mai commesso. In prigione fa amicizia con un sacerdote istruito e saggio che gli insegna numerose lingue e scienze e gli racconta di un enorme tesoro sull’isola di Montecristo. Riuscito a fuggire, dopo la morte del sacerdote, Edmond Dantes realizza i suoi piani di vendetta: grazie alla fortuna trovata sull’isola e vari travestimenti, cerca di vendicarsi di tutti coloro che gli hanno fatto torto e lo hanno privato della sua vita.
Fra avvelenamenti e rapimenti, scambi d’identità e tesori sepolti e ritrovati, Alexandre Dumas cattura i lettori oggi come ieri, e li tiene incollati a un classico della letteratura appassionante.

Il romanzo tratta numerosi temi come la Giustizia, la vendetta, il perdono, la speranza. Non appena arriviamo a conoscere il piano definitivo di Dantes, la storia ci cattura e ci trascina piacevolmente fino alla fine, dove ci aspetta una morale che contiene diversi insegnamenti sui valori della vita.
Il testo, suddiviso in tre libri, ci mostra il susseguirsi dei tragici eventi che porteranno Dantès dalla gioia alla disperazione e, tramite la rinascita, a diventare il “messaggero della Provvidenza”, il conte di Montecristo, uomo affascinante e misterioso, dotato di un’intelligenza fine ed acuta, di una bellezza disarmante e dai modi pacati e delicati. Nessuno nella società nobiliare parigina riconosce nei suoi occhi carichi di ardore e sfrontatezza il giovanotto buono e mite dei vecchi tempi, ma, solo all’attimo della loro dipartita, egli svela la sua identità, cosicché i malcapitati abbandonano il mondo con uno sguardo confuso, balbettando parole senza senso.
Il linguaggio di Dumas è scorrevole e rende la lettura leggera e godibile. Le sue descrizioni consentono al lettore di guardare il paesaggio e di figurarsi la scena nel dettaglio. In questo modo lo spettatore diventa un personaggio della storia, attendendo con trepidazione il susseguirsi degli avvenimenti. 


Alexandre Dumas (1802-1870) è stato romanziere e drammaturgo francese, uno dei più prolifici e popolari scrittori francesi del diciannovesimo secolo. Figlio di Thomas-Alexandre de La Pailleterie, soldato semplice figlio di un marchese, e di una schiava nera, Marie Cessette Dumas, dalla quale eredita il cognome, alcuni anni dopo la morte del padre, il giovane Alexandre fu inviato a Parigi per intraprendere gli studi di legge. Nella capitale riuscì a ottenere, grazie alla sua buona calligrafia, diversi incarichi presso il Duca d’Orléans, il futuro re Luigi Filippo. Ebbe un figlio da una vicina di pianerottolo, anch’egli chiamato Alexandre Dumas, che seguì le orme paterne e divenne scrittore.

Addio Sepulveda: recensione La gabbianella e il gatto

Il 16 Aprile 2020 purtroppo ci ha lasciato uno scrittore che ha segnato l’infanzia di molti di noi. Fra le altre opere, è stato l’autore della famosa storia della gabbianella e del gatto, che comprai quando avevo circa 8 anni con Topolino. Questa favola è in grado di suscitare forti emozioni e racchiude temi importanti, che riguardano ognuno di noi.

Tutto ha inizio quando Kengah, una giovane gabbiana, si tuffa insieme al suo stormo nel mare su un banco di arringhe. Purtroppo, però, al momento di volare via, si attarda e viene avvolta da qualcosa di scuro e appiccicoso, una distesa di petrolio che si attacca alle sue piume, impedendole di spiccare un volo ottimale. Riesce a mala pena a raggiungere la terra ferma, dove stremata crolla su un balcone di una casa di Amburgo. Qui viene trovata da un gatto nero e grosso, Zorba. Prima di morire, Kengah depone un uovo, dal quale nascerà la gabbianella Fortunata, e lo affida al gatto, chiedendogli di rispettare tre solenni promesse: non mangiare l’uovo, averne cura fino alla nascita del piccino e, soprattutto, insegnargli a… volare!

Fra i temi affrontati, l’inquinamento, spesso la prima causa di morte per molte specie animali del nostro pianeta, la diversità e la debolezza (nella realtà un gatto avrebbe visto nella gabbianella un’ottima fonte di cibo, ma in questo caso, la legge darwiniana del più forte viene messa da parte), la maturazione e il credere in se stessi: volare appare a Fortunata come qualcosa di talmente complicato che via via la porta a perdere sempre più fiducia in se stessa e nelle proprie capacità. Sarà il cuore grande e il sostegno dei suoi amici felini e di un umano a farle spiccare quel volo che le fa tanta paura.

Addio, Sepulveda, un pezzo d’infanzia.