Recensione: Antares Academy: il Baluardo

Antares Academy: il Baluardo
– Massimiliano Vertuani

Genere: fantasy, fantascienza
Formato: copertina flessibile
Pagine: 372

2035, lago Michigan. Axel è ancora un bambino quando, mentre sta felicemente giocando con la mamma Vivien e il fratello Nick in un parco acquatico, come in un incubo, la sua vita viene sconvolta da una terribile invasione di esseri mostruosi che vengono fuori dal lago, i Dazbog, che distruggono tutto ciò che incontrano sul loro cammino. Lo stesso avviene in altre zone della Terra, ma gli esseri umani non sono preparati a opporsi a una tale furia distruttiva e le forze armate non riescono a contenere l’assalto.
Fortunatamente, uno strano soldato, un Antar, insieme al suo reparto, dotato di armi avveniristiche, interviene in loro aiuto e salva la vita ad Axel e a tante altre persone. La Terra è salva, ma il corso della storia cambia per sempre: il primo contatto con entità extraterrestri da parte degli esseri umani è stato stabilito.

7 anni dopo…

L’adolescente Axel ha una bella sorpresa quando, varcando le soglie dell’Antares Academy terrestre (scuola fondata nel bel mezzo del Lago dei Quattro Cantoni, in Svizzera), scopre che quello stesso “soldato” che lo aveva salvato da piccolo altri non è che il preside dell’accademia, il comandante Ka’zan, un alieno della razza dei lupi.
Ancora non è cosciente delle avventure e dei pericoli con cui dovrà misurarsi nei quattro anni di studi che lo condurranno a diventare un Antar, un difensore della pace della galassia. Durante il primo anno, affiancato da coraggiosi compagni, affronterà sfide impreviste e letali, metterà piede su pianeti inesplorati, riceverà un dono e dovrà fare i conti con un pericolo che grava sull’esistenza di tutti gli abitanti della Via Lattea. “Imparerà a sue spese che quando una minaccia si avvicina, quando tutto sembra perduto, l’unica speranza è rappresentata da coloro che sapranno ergersi a baluardo in difesa degli innocenti”.

In questo primo romanzo della serie della Antares Academy, vi si possono ritrovare tante ispirazioni: da Harry Potter a Star Trek, ma anche delle sfumature di fantasy che ricordano Il Signore degli Anelli. Seguiremo le vicende del primo anno scolastico del giovane allievo Axel, figlio di un militare, che si ritrova in un turbinio di avventure fuori dal comune, spesso anche in modo inconsapevole. Stringerà legami di solida amicizia, ad esempio con Heristal, un essere quadrupede dal quale non si separerà più. Non mancheranno l’azione e i coinvolgenti combattimenti contro nemici che sembrano impossibili da sconfiggere se non si viene aiutati da misteriosi cristalli con poteri magici.

Se amate un mix di avventure con protagonisti dei giovani, durante il primo anno in una scuola che li preparerà a diventare difensori della galassia, allora questo romanzo fa per voi!


Massimiliano Vertuani è nato a Verona, dove risiede insieme alla moglie e ai tre figli. Da sempre accanito lettore, ha fin da giovane molto amato i romanzi per ragazzi, in particolare Verne, e, in tempi più recenti, la saga di Harry Potter. Appassionato di epica e miti classici, ha iniziato a scrivere da alcuni anni, pubblicando quasi tutti i suoi racconti su piattaforme gratuite come Wattpad. Dall‘amore per la letteratura per ragazzi e dall’esperienza giovanile come ufficiale degli Alpini, nasce la saga di Antares Academy. Il Baluardo è il primo dei quattro libri che compongono l’intera opera. L’uscita del secondo volume, “La guerra delle scuole”, è prevista per Natale 2020, ma chiunque volesse approfondire l’universo nel quale si muovono i protagonisti (e magari avere qualche anticipazione sulle future avventure di Axel e compagni) può navigare all’interno del sito alla ricerca di indizi, oppure contattare l’autore (chissà che non lo si trovi in vena di raccontare qualcosa di più).

Kosmopedia

Recensione: La biblioteca di Parigi

La biblioteca di Parigi
Janet Skeslien Charles

Genere: romanzo storico
Formato: digitale
Pagine: 400
Casa editrice: Garzanti
Giudizio sintetico:

Classificazione: 4 su 5.

“Amavo Parigi e i suoi misteri. Come le copertine dei libri, alcune di pelle, altre di tessuto, ogni portone parigino dava accesso a un mondo inaspettato. … Nel caso dell’American Library, il massiccio portone di legno si apriva su un giardino segreto. Delimitato da petunie da un lato e dal prato dall’altro, il vialetto di ciottoli bianchi conduceva al palazzo di mattoni e pietra. Varcai la soglia, sotto la bandiera francese e quella americana che svolazzavano fianco a fianco, e appesi la giacca all’attaccapanni traballante. Inspirando l’odore più buono del mondo – un mélange del profumo muscoso di libri vecchi e pagine fruscianti di quotidiani – mi sentii come se fossi arrivata a casa.”

Durante i primi mesi del 1939, per Odile sembra che tutto vada a gonfie vele. Riesce a coronare uno dei suoi sogni, quello di essere indipendente e lavorare come bibliotecaria presso l’American Library di Parigi, un luogo per lei speciale fin da quando era bambina. Inoltre conosce un ragazzo che le sembra assolutamente diverso da tutti quelli che il padre le ha presentato: forte e determinato, ha apprezzato la sua voglia di emanciparsi e non ha avuto paura di prendere posizione a favore del suo gemello, Rémy, e delle proprie convinzioni. Ma tutte le certezze di Odile, tutto ciò che conosce, dalla bellezza di Parigi ai pranzi domenicali, è destinato a cambiare: Rémy decide di arruolarsi e partire per il fronte e quella guerra, che sembrava un’eco lontana, sta arrivando anche a Parigi. Quando i nazisti invadono la capitale francese, instaurano un regime di controllo su tutti i cittadini. L’ accesso alla biblioteca viene vietato agli ebrei, il cibo inizia a scarseggiare, la paura incombe, e l’unica evasione dalla realtà sono i libri: lo staff dell’American Library, così, si prodiga per mantenere funzionante la biblioteca, permettendo ai soldati al fronte e anche alle persone perseguitate di continuare a leggere, tenendo alto il morale per resistere ed andare avanti durante anni duri e difficili da dimenticare, fatti di perdite, tradimenti, miseria, speranze e ansie.

Anche dopo che sono passati tanti anni e Odile si è trasferita dall’altra parte del mondo, nei suoi occhi conserva l’amarezza, il sacrificio della rinuncia, il dolore per non essere riuscita a fare di più e il peso di un segreto. A Froid, in Montana, conduce una vita solitaria e, in una città in cui si sa tutto di tutti, lei rimane un mistero: sanno solo che è francese, ma nessuno conosce la sua storia e nessuno è riuscito ad avvicinarsi a lei. Tranne Lily, una ragazzina incuriosita da questa donna che, con la scusa di una relazione su un libro ambientato in Francia, la avvicina. Si origina così un’amicizia particolare, un rapporto di fiducia, di rispetto, di aiuto; Odile, tramite i suoi consigli, aiuterà Lily a maturare, a capire i suoi sbagli e a essere forte davanti alle intemperie della vita. Lily sarà l’unica persona che avrà il privilegio di conoscere la storia di Odile, l’unica a cui confiderà il suo oscuro segreto: Lily non lo sa, ma le ha salvato la vita.

“La Library è il mio rifugio. Riesco sempre a trovare tra gli scaffali un angolo che posso definire mio, per leggere e sognare. Voglio assicurarmi che tutti abbiano questa possibilità, soprattutto le persone che si sentono diverse e che hanno bisogno di un posto in cui sentirsi a casa.”

La biblioteca di Parigi è un romanzo storico ispirato a fatti realmente accaduti: lavorando come responsabile presso l’American Library di Parigi, l’autrice ha appreso del coraggioso staff che con dedizione tenne aperta la biblioteca durante gli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale, permettendo ai soldati al fronte e anche alle persone perseguitate di continuare a esercitare la loro libertà di leggere, tenendo alto il morale per resistere ed andare avanti. Dopo anni di ricerche, Janet Skeslien Charles ha scritto quest’opera intensa, toccante ed incisiva. Grazie al suo modo di scrivere fluido e limpido ma anche pensato nei particolari, non ci si può non immedesimare in Odile e poi in Lily, le due protagoniste i cui racconti in prima persona sono alternati all’interno del libro.

“Perché i libri? Perché nessun’altra cosa possiede quella facoltà mistica di riuscire a far guardare la gente con gli occhi degli altri. L’American Library è un ponte di libri tra le culture.”

Una storia emozionante e intensa come poche, che è stata capace di superare le mie già alte aspettative. Si tratta di qualcosa di più di un romanzo: è un inno alla lettura, ai libri, all’amicizia, alla forza d’animo, alla luce e alla vita.


Janet Skeslien Charles divide il suo tempo tra il Montana, dove è nata, e Parigi. Ha lavorato come responsabile degli eventi culturali della Biblioteca americana di Parigi.

Recensione: La città di ottone

La città di ottone
-S.A. Chakraborty

Genere: fantasy storico
Formato: digitale
Pagine: 528
Casa editrice: Mondadori (collana Oscar
fantastica)
Giudizio sintetico:

Classificazione: 4 su 5.

Primo libro di una trilogia (insieme a The Kingdom of Copper e The Empire of Gold), La città di ottone è un’opera dal sapore arabeggiante che mi ha ricordato il mondo di Aladdin o di Sherazād de Le mille e una notte; ci porta in un Medioriente fantastico, partendo dalle strade affaccendate del Cairo del XVIII secolo, tra i bazar affollati e i battibecchi dei mercanti, il deserto dorato intorno alla città e l’ampio Nilo marrone che vi serpeggia in mezzo. Ma insieme alla “nuova epoca” di un Egitto colonizzato, fatta di nobili dominatori ottomani e invasori francesi, persistono vecchie storie e leggende, racconti di jinn e antichi guerrieri, di città nascoste tra le sabbie dorate del deserto, piene di incanto, magia e ricchezze. La storia è quindi ambientata fra l’Africa del nord e il Medio Oriente, infatti, osservando la mappa si può notare che parte dal mondo reale, dal Cairo, ma poi nella parte mediorientale segna quello che sarà il mondo fantasy.

Un world building studiato nei particolari
Per quanto riguarda la complessità della trama (tribù, lingue, credenze religiose, leggende), c’è bisogno di un po’ di tempo per entrare in un mondo ben costruito, in cui tutti i pezzi andranno a formare un puzzle incredibile. Questo mondo ha come antefatto la storia di tante tribù dislocate nel Medioriente, in particolare quella millenaria dei Daeva, esseri con un’anima come gli umani, ma creati con il fuoco, non con la terra, dotati di poteri incredibili legati all’elemento di cui sono fatti e fondatori della splendida città di Daevabad, la città di ottone, dove hanno sempre governato i Nahid, famiglia dai poteri guaritori. A causa però della crudeltà di alcuni Daeva verso gli esseri umani, un profeta, Solimano, li ha dotati di corpi mortali tramite un anello magico (tale per cui nessuna magia può colpire chi lo possiede), che gli era stato donato dai Nahid stessi per controllare i poteri dei Daeva; a causa di ciò, una parte di essi, gli Ifrit, si sono ribellati, divenendo i nemici giurati dei Nahid. In seguito l’anello è stato rubato dalla famiglia dei Qahtani, (che ai giorni del racconto è l’attuale famiglia reale di Daevabad): infatti un uomo di questa famiglia si è ribellato ai Nahid e li ha sterminati, durante una grandissima rivolta con la quale si voleva anche migliorare la condizione degli Shafit, i mezzosangue umano e daeva.
La storia ha inizio proprio con questa famiglia reale: il re Gassan, che ha l’anello di Solimano (tramandato di padre in figlio) e i suoi 3 figli, dei quali il secondogenito, Ali, è uno dei protagonisti. Nonostante i propositi della ribellione, gli Shafit mezzosangue continuano ugualmente ad essere maltrattati come esseri inferiori, visti con sospetto, come coloro che possono avere una magia imprevedibile.

“La grandezza richiede tempo, Banu Nahida. Spesso le cose più potenti hanno gli inizi più umili. “

La protagonista del nostro romanzo è Nahri, orfana del Cairo, la quale sopravvive un po’ a stenti, rubacchiando e imbrogliando qualche ricco nobile, ma avendo come sogno quello di diventare un medico perché ha sempre mostrato una propensione naturale a curare le persone, a capire cosa non andasse in loro e qualche volta a guarirle in modo che non sa spiegare. Un giorno, mentre cerca di aiutare una bambina che sembra posseduta, canta un’antica canzone durante un rituale e da quel momento la sua vita cambierà perché tramite quel canto sembra aver richiamato un antico guerriero, un Afshin, il cui nome è Dara (che mi ha ricordato un po’ il genio della lampada: è stato uno schiavo, esaudiva desideri, è stato usato durante battaglie da uomini crudeli e potenti ed è legato a Nahri perché è stata lei a richiamarlo). Dara ha avuto un ruolo molto importante nella storia dei Daeva, della ribellione, dei Nahid e, dopo che lui e Nahri vengono attaccati dagli Ifrit, la vorrà portare via, a Daevabad. Così da un lato seguiamo il viaggio in mezzo al deserto fino al loro arrivo; gli altri capitoli seguono invece il punto di vista del principe Ali, il quale è stato allevato dallo zio in una cittadella per diventare Qaid, capo dell’armata reale, quando il fratello sarà re. Ali, a differenza del padre, ha a cuore i mezzosangue ed è contrario alla vita di soprusi alla quale li riserva la legge tanto da fornire loro aiuti economici per comprare cibo, vestiti, libri e medicine. Ma da lì la trama si complica perché gli Shafit usano i soldi anche per acquistare armi, e cercano di portare Ali dalla loro parte. La storia comincia davvero con l’arrivo a palazzo di Nahri insieme a Dara e si concluderà con un incredibile colpo di scena finale.

La città di ottone è il primo volume di quella che è destinata ad essere una trilogia affascinante, ricca nella trama e magistralmente raccontata da S.A. Chakraborty. Nel mondo complesso in cui si ritrovano i lettori c’è bisogno di un po’ di tempo per potervisi immergere, ma ne vale assolutamente la pena: tra disordini politici e sociali e trame complicate, ci sono momenti di leggerezza, situazioni e scene che fanno amare la storia. I personaggi sono spettacolari, ben caratterizzati e costruiti grazie al modo di scrivere dell’autrice che crea un mondo completamente nuovo, originale, fantastico. Gli odori, le spezie, il cibo, la città, il lago vicino, le creature magiche: con le sue descrizioni l’autrice è in grado di far entrare il lettore nel mondo che ha creato, un mondo che ci aspetta in libreria dal 9 Giugno.


S.A. Chakraborty è l’autrice della trilogia di Daevabad, acclamata dalla critica e venduta a livello internazionale. Il suo lavoro è stato nominato per i premi Locus, World Fantasy, Crawford e Astounding. Quando non è sepolta in libri su truffatori del tredicesimo secolo e intrighi politici abbasidi, le piace fare escursioni, lavorare a maglia e ricreare pasti medievali inutilmente complicati. Vive nel New Jersey con suo marito, sua figlia e un numero sempre crescente di gatti.

Dentro ai libri: le pozioni dal mondo di Harry Potter

Nel mondo magico di Harry Potter creato dalla penna di JK Rowling, le pozioni, mescolanze preparate dentro a un calderone con ingredienti dalle proprietà magiche dagli effetti diversi, sono uno degli elementi più affascinanti; alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, c’è anche un corso dedicato a questa materia, la cui cattedra è stata ricoperta per diversi anni dal professor Severus Piton.

Per ideare alcune di queste pozioni, l’autrice si è ispirata a leggende e fenomeni storici, come ad esempio l’alchimia, quel complesso di conoscenze pratiche (metallurgiche, farmaceutiche, ecc.), filosofiche ed esoteriche che, sviluppatosi in Europa nel Medioevo, si proponeva di appagare quelle tensioni presenti da sempre all’interno dell’uomo ricercando la Pietra Filosofale, sostanza capace di “risanare la corruzione della materia” trasformando alcuni metalli (“metalli vili”) in “metalli nobili” (oro e argento) e fornendo l‘Elisir di Lunga Vita, in grado di garantire l’immortalità; l’alchimia può essere considerata la preistoria della chimica e una disciplina vicina alla fisica e la sua fine si colloca al termine del Rinascimento, con il sorgere del metodo sperimentale nelle scienze.

Se un babbano possedesse tutti gli ingredienti e l’attrezzatura per preparare una pozione, non ne sarebbe comunque in grado, poiché il procedimento richiede anche l’uso della magia; noi ci siamo divertiti a ricreare a casa alcune delle pozioni più famose della saga! (Quindi un avvertimento: se siete babbani, non fate quello che abbiamo fatto noi! 😂)

L‘Amortentia (dal latino Amor, ‘Amore’ e
Tentia,’Tenuto’) è il filtro d’amore più potente del mondo (per questo il Ministero della Magia ne ha vietato la produzione).
Provoca una potente infatuazione in chi la beve verso colui che l’ha somministrata, ma non il vero amore, che non si può creare artificialmente.
La sua caratteristica principale è di emanare una fragranza specifica in base a colui che la annusa, secondo gli odori che ama (di solito il soggetto riesce a sentire l’odore della persona che ama).
Appare in Harry Potter e il Principe Mezzosangue, dove ognuno dei protagonisti sente, annusandola, un odore diverso:
Hermione Granger->Erba tagliata, pasta dentifricio e pergamena nuova e i capelli di Ron Weasley
Harry Potter->Torta alla melassa, legno di manico di scopa e profumo di Ginny Weasley 
Ron Weasley->La cucina di Molly Weasley e il profumo di Hermione Granger

La Pozione Soporifera produce un sonno temporaneo. Compare nel libro “Infusi e pozioni magiche”.
In Harry Potter e la Camera dei Segreti Hermione Granger riempie due pasticcini al cioccolato con del Distillato Soporifero, affinché Gregory Goyle e Vincent Tiger li trovino in modo che Harry e Ron riescano a tagliare un po’ dei loro capelli per metterli nella Pozione Polisucco.

Elisir di Lunga Vita
L’alchimia è la disciplina che garantì la fama a Nicolas Flamel (monaco francese del XIV secolo realmente esistito sul quale, dopo la morte, si diffusero diverse leggende sulla sua attività da alchimista a causa di alcuni scritti erroneamente attribuiti a lui).
In Harry Potter e la Pietra Filosofale, Nicolas Flamel è l’unica persona conosciuta ad aver creato con successo la Pietra Filosofale, un oggetto capace di trasformare il metallo in oro e garantire l’immortalità con il suo Elisir di Lunga Vita.
È una pozione prodotta dalla Pietra Filosofale in grado di prolungare la vita della persona che lo beve, senza renderla completamente immortale; bisogna continuare a berlo perché i suoi effetti siano continuativi.

La Felix Felicis (dal latino Felix, ‘felice’ o anche ‘sorte’, e Felicis, ‘del felice’, Felicità del Felice) conosciuta anche come ‘Fortuna Liquida’ è una pozione dorata che rende chi la beve incredibilmente fortunato. Agisce come un catalizzatore di “fortuna”, nel senso che fa capitare a chi la beve occasioni propizie per raggiungere certi obiettivi o lo fa sentire capace di poter fare ogni cosa. Chi la beve avverte immediatamente la sensazione di dover fare al più presto qualcosa. Non è in grado di alterare il corso degli eventi a favore di una singola persona, né può ridurre gli effetti di un incantesimo o sortilegio se tale persona viene colpita. L’effetto della pozione è circoscritta alla quantità che si assume: una piccola dose di una fiala è sufficiente per coprire qualche ora, ma gli effetti cominciano a declinare finché la sensazione di poter compiere qualsiasi cosa scompare. Assumerla in quantità eccessiva diventa pericoloso: può infatti provocare stordimento, irrequietezza, un’eccessiva fiducia in se stessi e la persona si sentirebbe arrogante, superba e spericolata. Essendo anche una pozione considerabile come “strumento di imbroglio”, è stata bandita da compiti, esami scolastici o competizioni come le partite di Quidditch.
Nei libri la incontriamo diverse volte: Harry Potter vinse una piccola fiala di Felix Felicis proprio dal professor Lumacorno, come premio per aver preparato il miglior Distillato della Morte Vivente della classe (benché si guadagnò la pozione ricorrendo ai suggerimenti scritti a margine del libro di Pozioni del Principe Mezzosangue, ossia Piton).
Un po’ di tempo dopo, Harry finse di averne aggiunta un po’ al bicchiere di Ron mentre si trovavano a tavola in Sala Grande, prima di una partita di Quidditch. Ron bevve tutto il suo succo di zucca, sentendosi molto più fiducioso in se stesso. In seguito alla partita, Hermione riprese Harry dicendogli che il suo atteggiamento era stato scorretto ma quest’ultimo, a metà tra il divertito e il sorpreso, le rispose che non aveva versato nessuna goccia di Felicis nel bicchiere di Ron, ma aveva soltanto finto di farlo e Ron si era sentito comunque sicuro di sé. In un secondo momento, come gli aveva chiesto Silente, Harry se ne servì per estrapolare dalla memoria di Lumacorno il ricordo che tanto lo copriva di vergogna, ossia la discussione con Tom Riddle (Lord Voldemort) riguardo agli Horcrux.
L’ultima parte della pozione verrà utilizzata in parti eque da Ron, Hermione e Ginny durante la battaglia contro i Mangiamorte.

Ossofast (ing: Skele-Gro) è una pozione utilizzata dai Guaritori in grado di far ricrescere le ossa in circa otto ore. Di contro può causare forti dolori e fa bruciare bocca e gola quando la si beve.
Dopo l’incontro col Bolide pirata, Gilderoy Allock fa sparire le ossa del braccio di Harry. Madama Pomfrey dà un bicchiere di Ossofast al ragazzo per fargli ricrescere le ossa. Secondo Harry Potter, far ricrescere le ossa dà la sensazione di avere un braccio pieno di grosse schegge.

La Pozione Polisucco serve a dare a una persona l’aspetto fisico di un’altra per un’ora. La preparazione di tale pozione è lunga ed elaborata.
Inizialmente somiglia al fango, ma dopo aver aggiunto il capello della persona della quale si vuole assumere l’aspetto, la pozione cambia radicalmente per rappresentare la persona a cui appartiene il capello.

L’Algabranchia è un’alga in grado di trasformare alcune parti del corpo per rendere possibile il movimento nelle profondità dei mari e dei laghi, in particolare fa crescere le branchie mentre i piedi e le mani diventano palmati.
Compare in Harry Potter e il Calice di fuoco: viene utilizzata dal campione per superare la seconda prova del Torneo Tremaghi; l’Algabranchia viene data ad Harry da Dobby dopo che il falso professor Moody l’ha rubata nell’ufficio di Piton.

Infine, la pozione Veritaserum è il siero della verità più potente al mondo e il suo utilizzo è strettamente controllato dal Ministero della Magia. La pozione è incolore e inodore, simile all’acqua. Costringe a dire la verità o, meglio, impedisce di mentire: tre sole gocce sono sufficienti per costringere chi lo beve a svelare i suoi più intimi segreti. Solitamente non viene usato nei processi, sia perché alcuni grandi maghi potrebbero essere in grado comunque di mentire sia perché il composto magico potrebbe essere scambiato in anticipo da infiltrati nel Ministero.

Recensione: Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel paese delle meraviglie
-Lewis Carrol

Genere: fantasy, avventura, formazione
Formato: copertina flessibile
Pagine: 140
Casa Editrice: Giunti
Giudizio sintetico

Classificazione: 4 su 5.

Pubblicato per la prima volta nel 1865, “Le avventure di Alice nel paese delle Meraviglie” è un libro che affascina da sempre bambini e adulti, anche grazie al cartone animato, capolavoro realizzato da Walt Disney, e poi al film, diretto da Tim Burton. Sebbene abbia adorato entrambe le trasposizioni cinematografiche, il libro, seppur bellissimo, non è riuscito a emozionarmi come mi aspettavo. Mi spiego: ciò che più di tutto mi dava fastidio durante la lettura era l’ incapacità, da parte di tutti i personaggi che Alice incontrava, di saperla ascoltare, mettendo così in scena delle conversazioni al limite del paradossale. Ma forse è proprio questo l’obiettivo e la forza del romanzo di Carrol!

La trama non ha bisogno di molte parole: in un tranquillo pomeriggio Alice, seduta con la sorella su una panchina sotto un albero, tra sogno e realtà, incontra un trafelato coniglio bianco. Per seguirlo precipita in un buco nero che sembra non avere fondo, fino a quando giunge in una piccola stanza e rimane affascinata dal meraviglioso giardino che vede oltre una minuscola porta. Cominica da qui la bislacca e stavagante avventura di Alice in un mondo strano, fatto di regole altrettanto strane, ricco di paradossi e assurdità: un mondo in cui regine ordinano decapitazioni a destra e a manca, gatti scompaiono e cappellai matti bevono tè a qualsiasi ora.

La storia di Alice nasce durante una gita in barca dello scrittore con il pastore Duckworth e le tre figlie del vicecancelliere dell’Università di Oxford, Liddell . Per intrettenere le tre giovani fanciulle Carrol inventa e racconta la storia di una bambina annoiata in cerca di avventure e la chiama Alice, come la secondogenita delle signorine Liddell. Sebbene questo non sia un classico romanzo di formazione, un certo insegnamento sulla crescita possiamo comunque ricercarlo tra le righe – d’altra parte Carroll stava raccontando questa storia a tre ragazzine dagli 8 ai 13 anni. Alice infatti rappresenta quel momento dell’infanzia (o dell’adolescenza) in cui mal si sopportano le regole e la guida degli “adulti”: finisce allora in un mondo in cui deve imparare a cavarsela da sola, in cui trova regole irrazionali, personaggi a dir poco strani e tiranni pronti a soggiogarla, così è costretta a diventare adulta; emblematica è la partita di croquet durante la quale la protagonista ha l’ardire di contravvenire alle illogiche e bislacche regole imposte dalla regina – tiranno. Alice dunque sta imparando a rapportarsi con l’ambiente esterno, a conoscerne le regole e ad adattarsi in base al suo modo di essere.

Una storia allora dedicata alla costruzione della propria identità, alla contrapposizione tra sogno e realtà, con significati profondi che affondano le proprie radici nella psicanalisi e nella matematica, giochi di parole, rebus e trucchetti che rendono l’opera di Carroll leggibile a più livelli e sempre molto attuale.
Il pensiero di Lewis Carroll è leggibile tra le righe del suo romanzo. Se infatti, la mancanza di qualsiasi logica nelle vicende e nei dialoghi di Alice e i numerosi personaggi possono essere una lunga e grande metafora della crescita e della maturazione che porta ad imparare e ad accettare le regole e la loro utilità, tutta questa “illogicità” può essere interpretata anche come una critica alla società vittoriana a lui contemporanea, satura di rigide regole e convenzioni sociali a volte senza fondamento logico.

Un’altra particolarità del romanzo di Lewis Carroll deriva dal linguaggio utilizzato: il testo è infatti ricco di figure retoriche, modi di dire, proverbi e giochi di parole che però appartengono alla cultura inglese. Di conseguenza tutt’altro che facile è stato per i traduttori rendere in italiano un testo così particolare; molti hanno ammesso nelle note dei libri tali difficoltà e spesso hanno apportato personali adattamenti che, inevitabilmente, hanno fatto sì che la traduzione si discostasse purtroppo dal testo originale.


LEWIS CARROLL (1832-1898), pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, dopo la laurea in matematica fu nominato dapprima bibliotecario, quindi docente di matematica al Christ College di Oxford; accostò sempre alla carriera ufficiale molti altri interessi. Le sue due opere più famose furono, appunto, Alice’s Adventures in Wonderland (1865) e Through the Looking-Glass (1871).

Recensione: Il conte di Montecristo

Il conte di Montecristo

-Alexandre Dumas

Genere: avventura
Formato: copertina flessibile
Pagine: 1258
Casa editrice: Einaudi
Giudizio sintetico:

Classificazione: 4 su 5.

“Il conte di Montecristo” è una storia molto nota, resa celebre dalle meravigliose opere cinematografiche, un romanzo d’avventura ambientato all’inizio del XIX secolo in Italia, Francia e nelle isole del mediterraneo.
Il protagonista è Edmond Dantes, un giovane per quale si prospetta un futuro roseo; infatti sta per sposarsi e sarà presto anche nominato capitano di una nave.
Il suo successo suscita però la gelosia in molti dei suoi compagni e amici e i bei tempi di Dantes finiscono quando viene falsamente accusato di tradimento e arrestato. Nonostante la sua innocenza, trascorre quattordici anni in prigione senza processo per un crimine che non ha mai commesso. In prigione fa amicizia con un sacerdote istruito e saggio che gli insegna numerose lingue e scienze e gli racconta di un enorme tesoro sull’isola di Montecristo. Riuscito a fuggire, dopo la morte del sacerdote, Edmond Dantes realizza i suoi piani di vendetta: grazie alla fortuna trovata sull’isola e vari travestimenti, cerca di vendicarsi di tutti coloro che gli hanno fatto torto e lo hanno privato della sua vita.
Fra avvelenamenti e rapimenti, scambi d’identità e tesori sepolti e ritrovati, Alexandre Dumas cattura i lettori oggi come ieri, e li tiene incollati a un classico della letteratura appassionante.

Il romanzo tratta numerosi temi come la Giustizia, la vendetta, il perdono, la speranza. Non appena arriviamo a conoscere il piano definitivo di Dantes, la storia ci cattura e ci trascina piacevolmente fino alla fine, dove ci aspetta una morale che contiene diversi insegnamenti sui valori della vita.
Il testo, suddiviso in tre libri, ci mostra il susseguirsi dei tragici eventi che porteranno Dantès dalla gioia alla disperazione e, tramite la rinascita, a diventare il “messaggero della Provvidenza”, il conte di Montecristo, uomo affascinante e misterioso, dotato di un’intelligenza fine ed acuta, di una bellezza disarmante e dai modi pacati e delicati. Nessuno nella società nobiliare parigina riconosce nei suoi occhi carichi di ardore e sfrontatezza il giovanotto buono e mite dei vecchi tempi, ma, solo all’attimo della loro dipartita, egli svela la sua identità, cosicché i malcapitati abbandonano il mondo con uno sguardo confuso, balbettando parole senza senso.
Il linguaggio di Dumas è scorrevole e rende la lettura leggera e godibile. Le sue descrizioni consentono al lettore di guardare il paesaggio e di figurarsi la scena nel dettaglio. In questo modo lo spettatore diventa un personaggio della storia, attendendo con trepidazione il susseguirsi degli avvenimenti. 


Alexandre Dumas (1802-1870) è stato romanziere e drammaturgo francese, uno dei più prolifici e popolari scrittori francesi del diciannovesimo secolo. Figlio di Thomas-Alexandre de La Pailleterie, soldato semplice figlio di un marchese, e di una schiava nera, Marie Cessette Dumas, dalla quale eredita il cognome, alcuni anni dopo la morte del padre, il giovane Alexandre fu inviato a Parigi per intraprendere gli studi di legge. Nella capitale riuscì a ottenere, grazie alla sua buona calligrafia, diversi incarichi presso il Duca d’Orléans, il futuro re Luigi Filippo. Ebbe un figlio da una vicina di pianerottolo, anch’egli chiamato Alexandre Dumas, che seguì le orme paterne e divenne scrittore.

Recensione Locke & Key, i fumetti che hanno ispirato la serie Netflix

Locke & Key

-Joe Hill (illustrazioni di Gabriel Rodriguez)

Formato: copertina flessibile

Genere: fumetti fantasy/horror

Editore: Magic Press Edizioni

Giudizio sintetico

Classificazione: 4 su 5.

Dopo aver apprezzato la serie Locke & Key su Netflixit, ho comprato i sette volumi da cui è tratta e, nonostante abbiano atmosfere molto “horror”, genere che non incontra molto i miei gusti, mi hanno piacevolmente sorpreso.
Per chi non avesse ancora sentito parlare della serie, essa mescola i capisaldi dell’horror, come mostri e assassini, in un fantasy soprannaturale fatto di chiavi nascoste dai poteri incredibili e dove aprire una porta diventa un’avventura. I protagonisti della storia sono i fratelli Locke (il piccolo Bode, la mezzana Kinsey e il maggiore Tyler) che sconvolti dalla tragica morte del padre vanno a vivere, insieme alla madre Nina, nella vecchia casa colonica che appartiene dai tempi della rivoluzione americana alla famiglia del padre, nel New England: Keyhouse.
Sono in tutto sei volumi, più un settimo che raccoglie delle storie sulle chiavi che non riguardano i Locke.


1- Benvenuti a Lovecraft, il volume che apre la serie (con un omaggio allo scrittore americano padre del genere horror; nella serie tv invece la cittadina di ambientazione si chiama Matheson), fa entrare il lettore nella vita dei Locke, nella tragedia familiare e nell’inganno ordito da Dodge, “la donna del pozzo” antagonista.

2- Giochi Mentali sposta l’avventura nel mondo della mente grazie alla chiave apritesta (che inserita nella testa di qualcuno consente di guardare all’interno della mente di una persona, dove i ricordi, le emozioni e le idee sono rappresentati come piccoli esseri che possono essere rimossi e addirittura scambiati tra le persone) e al ritorno di un assassino che si cercava di dimenticare.

3- La corona delle ombre invece rimpolpa la trama e mostra come le chiavi possano essere usate in combinazione con altri oggetti magici.



4- Le chiavi del regno è fondamentale per scoprire alcuni retroscena sulla saga, come la vita della misteriosa Erin Voss, l’unica a conoscenza dei fatti sulla morte di Lucas Caravaggio, altro personaggio chiave nella vita del padre dei Locke.


5- Ingranaggi, il quinto volume della saga, è un tuffo nel passato che rivela qualcosa di più sulle chiavi, sul metallo sussurrante di cui sono fatte, su coloro che le hanno fabbricate e sugli antenati della famiglia Locke.


6- infine, nell’ultimo numero Alpha & Omega, comincia la lunga battaglia finale per sconfiggere il male e chiudere per sempre la porta Omega.


7- Cielo & Terra contiene tre storie inedite che ci danno l’occasione di tornare un’ultima volta nella meravigliosa e inquietante Keyhouse (una ambientata all’inizio del ‘900, una durante la Grande Depressione e una ai giorni nostri); inoltre vi sono diverse chicche, foto, immagini e curiosità dell’autore sul suo lavoro.

Un piccolo confronto è d’obbligo: “È più bella la serie tv o i fumetti?
Personalmente non credo si possa fare un paragone: le storie sono molto diverse, ciò che le accomuna è solo la trama. La serie è tratta dai fumetti, ma non è la loro trasposizione cinematografica. Mi è piaciuta la serie e anche i primi 2 volumi. Sicuramente è molto diverso il pubblico al quale si rivolgono: la serie tv è un fantasy adatto a più fasce d’età, mentre i fumetti mi sento di sconsigliarli a un pubblico troppo “giovane”. .


Joe Hill è lo pseudonimo di Joseph Hillstrom King: come si nota dal cognome, lo scrittore statunitense è figlio dell’altrettanto famoso Stephen King. Secondo di tre figli, Joe cresce a Bangor, nel Maine. Il prestigioso Time lo ha definito «uno dei più raffinati scrittori americani di horror»: gli fa da contraltare il Washington Post, denominandolo «uno degli autori di spicco nella letteratura fantastica del Ventunesimo secolo». Ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, come il Bram Stoker Award e il British Fantasy Award.

Addio Sepulveda: recensione La gabbianella e il gatto

Il 16 Aprile 2020 purtroppo ci ha lasciato uno scrittore che ha segnato l’infanzia di molti di noi. Fra le altre opere, è stato l’autore della famosa storia della gabbianella e del gatto, che comprai quando avevo circa 8 anni con Topolino. Questa favola è in grado di suscitare forti emozioni e racchiude temi importanti, che riguardano ognuno di noi.

Tutto ha inizio quando Kengah, una giovane gabbiana, si tuffa insieme al suo stormo nel mare su un banco di arringhe. Purtroppo, però, al momento di volare via, si attarda e viene avvolta da qualcosa di scuro e appiccicoso, una distesa di petrolio che si attacca alle sue piume, impedendole di spiccare un volo ottimale. Riesce a mala pena a raggiungere la terra ferma, dove stremata crolla su un balcone di una casa di Amburgo. Qui viene trovata da un gatto nero e grosso, Zorba. Prima di morire, Kengah depone un uovo, dal quale nascerà la gabbianella Fortunata, e lo affida al gatto, chiedendogli di rispettare tre solenni promesse: non mangiare l’uovo, averne cura fino alla nascita del piccino e, soprattutto, insegnargli a… volare!

Fra i temi affrontati, l’inquinamento, spesso la prima causa di morte per molte specie animali del nostro pianeta, la diversità e la debolezza (nella realtà un gatto avrebbe visto nella gabbianella un’ottima fonte di cibo, ma in questo caso, la legge darwiniana del più forte viene messa da parte), la maturazione e il credere in se stessi: volare appare a Fortunata come qualcosa di talmente complicato che via via la porta a perdere sempre più fiducia in se stessa e nelle proprie capacità. Sarà il cuore grande e il sostegno dei suoi amici felini e di un umano a farle spiccare quel volo che le fa tanta paura.

Addio, Sepulveda, un pezzo d’infanzia.